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Dal personaggio creato da Carl Barks nel 1947 al linguaggio dei giornali: l'origine del termine, il suo legame con Dickens e le sfumature ironiche dell'uso moderno.


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Perché chi possiede miliardi viene chiamato Paperone: una parola nata nei fumetti


Una notizia sulla crisi climatica, un rapporto sulle emissioni dei più ricchi e un titolo che sembra arrivare direttamente da Topolino: i «Paperoni». Il 27 ottobre l'ANSA ha scelto proprio questa parola per raccontare i dati diffusi da Oxfam sulle disuguaglianze ambientali. Ma come ha fatto un papero con il cilindro e un deposito pieno di monete a diventare il nome con cui indichiamo le persone più facoltose del pianeta?

Per trovare la risposta bisogna tornare al 1947, quando il fumettista americano Carl Barks introduce un nuovo personaggio nell'universo Disney. Si chiama Scrooge McDuck ed è lo zio ricchissimo di Paperino, un vecchio papero burbero, avaro e profondamente legato al proprio denaro.

Il nome originale non è casuale. Scrooge richiama Ebenezer Scrooge, l'avarissimo protagonista del Canto di Natale di Charles Dickens, pubblicato nel 1843. Il personaggio nasce quindi con un riferimento letterario preciso: quello dell'uomo che ha accumulato una fortuna, ma fatica a separarsi anche dalla più piccola parte dei propri averi.

In Italia diventa Paperon de' Paperoni, più familiarmente Zio Paperone. È un nome che funziona particolarmente bene nella nostra lingua. L'accrescitivo -one trasforma un semplice papero in una figura imponente, mentre quel «de' Paperoni» ricorda scherzosamente il nome di un'antica casata. Tutto contribuisce a suggerire un personaggio fuori misura, compresa la sua ricchezza.

Nel corso degli anni, però, Paperone diventa qualcosa di più di una caricatura dell'avarizia. È anche un imprenditore instancabile, un avventuriero capace di attraversare il mondo alla ricerca di tesori e un personaggio che, dietro l'ostinazione e la diffidenza, mostra talvolta una sorprendente sensibilità. Il suo rapporto con il denaro resta comunque il tratto più riconoscibile: possiede una fortuna smisurata, ma continua a preoccuparsi di ogni singola moneta.

È proprio questa immagine a permettere al suo nome di uscire dai fumetti.

A un certo punto, infatti, Paperone smette di indicare soltanto il personaggio Disney e diventa una parola del linguaggio comune. Non serve più parlare di Paperopoli per incontrarlo: i giornali raccontano dei paperoni della finanza, dei paperoni dell'industria, dei paperoni dell'immobiliare.

Il passaggio è così consolidato da essere registrato nei dizionari. Il Nuovo De Mauro attesta «paperone» come nome comune dal 1989, con il significato di persona molto ricca e, in un determinato gruppo, della persona più ricca. Anche il vocabolario Treccani ne riconosce l'uso scherzoso.

In linguistica questo fenomeno si chiama antonomasia: un nome proprio diventa un modo per indicare una categoria di persone accomunate da una caratteristica. È quello che accade quando chiamiamo «un Einstein» qualcuno particolarmente intelligente o «un Don Giovanni» un grande seduttore.

C'è però una sfumatura interessante. Quando definiamo qualcuno un paperone, non stiamo necessariamente dicendo che sia avaro come il personaggio originale. Il riferimento principale è ormai alla ricchezza, soprattutto quando appare enorme rispetto a quella delle persone comuni. L'idea della tirchieria può rimanere sullo sfondo, ma non è indispensabile.

E soprattutto «paperone» non è una parola neutra come «miliardario». Porta spesso con sé un sorriso, una punta di ironia e talvolta una critica. È un modo per rendere più familiare, quasi caricaturale, una condizione economica che può sembrare distante dalla vita quotidiana.

Lo dimostra anche l'uso della parola nelle notizie di oggi. Nel rapporto pubblicato il 27 ottobre, Oxfam sostiene che lo 0,1% più ricco della popolazione mondiale, circa otto milioni di persone, produca più emissioni di carbonio dei 3,5 miliardi di esseri umani più poveri considerati insieme. In questo contesto, chiamare «paperoni» i super-ricchi non serve soltanto a evocare patrimoni smisurati: introduce anche una sfumatura critica sul rapporto tra ricchezza e responsabilità.

La forza della parola sta proprio nella sua capacità di cambiare tono senza perdere il legame con il personaggio da cui proviene. Nei fumetti, il deposito di Zio Paperone era un'immagine divertente dell'abbondanza. Nelle cronache economiche, lo stesso richiamo può diventare un modo per mettere in evidenza le disuguaglianze.

È una trasformazione linguistica notevole: un nome inventato per un personaggio dei fumetti è diventato una parola con cui raccontiamo il mondo reale. E oggi basta leggere «i paperoni» in un titolo di giornale per capire subito di chi si sta parlando, anche senza aver mai aperto un albo di Topolino.



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